All’uscita da scuola…

La tutela dei bambini non consiste nell’iperprotezione, ma nel dare loro la possibilità di sperimentare la propria autonomia in uno spazio sicuro

Sulla parete del mio ambulatorio, ormai da molti anni, ho appeso un poster di Francesco Tonucci nel quale una madre con un bambino piccolo, certamente della scuola primaria, chiede al pediatra una ricetta, il medico risponde “A scuola a piedi con gli amici tutti i giorni”; sotto c’è scritto, in maiuscolo, AUTONOMIA È SALUTE.

In questi giorni molti dirigenti scolastici emanano circolari per ribadire norme e regole riguardo all’uscita degli alunni da scuola. In particolare si tende a rimarcare l’obbligo, penalmente rilevante, di vigilare sul minore e pertanto il dovere di ritirare i propri figli all’uscita dalla scuola anche per le secondarie di primo grado.

Un papà scrive sul nostro forum:

«Capisco le ragioni di cautela dei dirigenti, ma, mi pare che questa posizione possa essere – se non direttamente, per le sue implicazioni – un intralcio allo sviluppo dell’autonomia dei bambini (o ragazzini). È possibile che un bambino, dopo essere stato sempre accompagnato in ogni suo spostamento, possa al compimento del quattordicesimo anno muoversi in piena autonomia e sicurezza? E magari in scooter? Penso che i genitori debbano responsabilmente accompagnare i loro figli in un graduale percorso verso l’indipendenza che non può evitare ai bambini di “fare da sé”. La mia è un’opinione di un papà senza particolari competenze giuridiche o pedagogiche, ma sento qualcosa che “stride” per cui mi rivolgo all’opinione autorevole di UPPA! Credo, infatti, che il tema dello sviluppo dell’autonomia sia pedagogico e dunque proprio della scuola, cosicché le circolari dei dirigenti mi paiono in contraddizione con i principi educativi dell’istituzione scolastica».

Occorre ricordare che il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media coincide spesso con l’acquisizione di un significativo aumento della autonomia dei bambini. Del resto quanti di noi non ricordano che è stato proprio intorno all’inizio delle scuola medie che abbiamo cominciato a andare a scuola a piedi, da soli o con qualche compagno che recuperavamo per strada. «Beh – si dirà – altri tempi; adesso i rischi sono maggiori», ma questa è una bugia.

Le competenze di un bambino di otto anni sono molto diverse da quelle di un bambino di dodici, e così sono diverse le loro esigenze nel tornare da scuola a casa. Le capacità di relazionarsi con degli estranei e con gli amici, di attraversare la strada senza incorrere in pericoli, di sapere prevedere eventuali problemi e evitarli saranno diversi; saranno certamente condizionati dalle esperienze precedenti, ma anche dalla fisiologica acquisizione di competenze che sono specifiche di ogni età. E allora come non essere d’accordo con il nostro lettore che reputa diseducativo e fortemente allarmistico questo genere di circolari (che, tuttavia, non fanno altro che uniformarsi a quanto è stabilito dalla Legge) per i ragazzi della scuola media? Ci stiamo abituando a una certa mentalità “difensivistica”, come a dire: «Vi avevamo avvertito, se succede qualcosa è colpa vostra». Queste circolari vanno in questa direzione.

L’articolo del direttore Sergio Conti NIbali continua sul sito di UPPA…

Dinamiche edipiche

La nostra società sottovaluta enormemente l’importanza delle dinamiche edipiche.
Tutti i bambini – ed in particolare i maschi – vorrebbero possedere la propria madre, per assicurarsi a vita la sua protezione, la sua accettazione, il suo accudimento, la sua presenza rassicurante, il suo aiuto nelle difficoltà, il piacere del contatto corporeo con lei. Il pensiero, a volte apertamente espresso, che tutti i bambini condividono è: “Quando sarò grande sposerò la mia mamma”.

Nel momento in cui il bambino si rende conto che la realizzazione di questa fantasia sarà impedita da ostacoli insormontabili, il suo senso di frustrazione può trasformarsi in una rabbia sorda ma intensissima, che rischierà di accompagnarlo per il resto della sua vita. Non ha importanza, non è sufficiente che la razionalità gli ripeta che la mamma è già sposata con suo padre, o che quando lui sarà grande sua madre sarà vecchia, oppure che un figlio non può pensare di sposare la propria madre perché le norme morali lo impediscono. Qualsiasi argomentazione razionale verrà accolta come una violenza contro un impulso emotivo profondo, e rischierà di trasformarsi (anche se in modo del tutto inconsapevole) in sentimenti violenti più o meno intensamente repressi. E questi sentimenti violenti rischieranno di permanere nel profondo, trasformandosi in una forma di odio verso tutte le donne che si affiancherà, come un secondo binario, al permanere del bisogno e del desiderio di possesso. Non molti adulti maschi riescono ad affrancarsi da questa dinamica complessa, fatta di flussi emotivi primitivi e profondi, spesso negati e nascosti, a volte messi in atto sotto varie forme: violenza esplicita sulle donne, possessività, disprezzo e umiliazione nei confronti del genere femminile.