Il parto è cambiato

Le donne si sono riappropriate del ruolo di protagoniste del parto,
ma sul piano dell’informazione c’è ancora molta strada da fare

“Se la scena del parto è cambiata lo si deve al percorso che le donne hanno fatto, un percorso lungo e difficile che le ha portate a una maggiore consapevolezza di sé, del proprio corpo e della propria forza.

Ma la consapevolezza a volte non basta. E così, nonostante la gravidanza e la nascita dovrebbero essere occasioni per riscoprire la competenza antica e naturale del nostro corpo di mammiferi, a volte vengono trattate come una “malattia”, un pretesto per ricorrere a tutti i costosi trattamenti medici del caso.

Sempre più spesso le donne sono vittime di una eccessiva medicalizzazione del parto e, in nome della sicurezza, si sottopongono a innumerevoli controlli e pratiche inutili. Ma mai come in questo caso sembra opportuno ricordare che fare di più non significa fare meglio.

Nel corso degli anni, gli studi che hanno esaminato l’ipotesi della pericolosità della nascita medicalizzata si sono moltiplicati: è ormai dimostrato che l’intervento medico, quando non necessario, diventa esso stesso origine di patologia e il presupposto della maggiore sicurezza viene così a cadere.

Sul prossimo numero di UPPA (“Un Pediatra per Amico”) l’ostetrica Alessandra Puppo e la veterinaria Sveva Magnanelli affronteranno il tema della medicalizzazione della nascita.

Scuola senza voti

Cosa possiamo imparare dai sistemi educativi più avanzati del mondo?

“Vari studi lo hanno dimostrato da tempo: il voto scolastico è fonte di ansia e competizione, è merce di scambio con la famiglia e soprattutto non restituisce una valutazione corretta degli apprendimenti.

Dopo 30 anni di assenza dalle scuole, nel 2008 il voto è tornato e ha fatto il suo trionfale ingresso nella scuola elementare. Un incredibile ritorno al passato e un anacronistico omaggio a quei tre valori, competizione-valutazione-merito, che hanno fatto della nostra società quella che è. Eppure basterebbe copiare o almeno guardare a quei Paesi che, in fatto di scuola, hanno tutto da insegnare…

In Finlandia, per esempio, a scuola non si va per gareggiare, né per imparare a stare fermi e in silenzio o a spostarsi da una parte all’altra in fila indiana. A scuola si va per acquisire degli strumenti di conoscenza, per imparare a risolvere problemi usando la forza del gruppo, mettendo ognuno del proprio, con i tempi giusti, senza inutili ansie. Dopo 40 minuti di lezione si fa una pausa e si esce all’aperto, ci si muove autonomamente da una parte all’altra della scuola, perché un bambino autonomo è più tranquillo, più affidabile e più sicuro di uno che si muove comandato dalla voce della maestra.

È necessario e urgente ripensare la nostra scuola, prima che sia troppo tardi. Sul prossimo numero di UPPA parliamo di “scuola senza voti”

Rilanciamo questo post di UPPA, al quale ci associamo con calore – Pedagogia Psicoanalitica

Lingua e madre

Il ruolo materno nello sviluppo delle competenze linguistiche

L’inconscio (o per essere più precisi, l’Es) è il luogo dove i pensieri si formano, come entità sorgive, e ciò che dà forma ai pensieri è il linguaggio. Non c’è pensiero senza linguaggio.

Il linguaggio scaturisce dalla necessità di comunicare contenuti mentali complessi. I contenuti mentali più semplici, come la gioia, la paura, la rabbia, possono essere manifestati in modo più diretto: se sono adirato e lo voglio far capire, mi basterà fare una faccia aggrondata. L’uso del linguaggio è il segno dell’accoglimento dell’idea dell’”altro”, della accettazione della sua presenza – distinta da me – come dato di realtà. Il linguaggio è l’enorme passo avanti che ci permette di passare dal rapporto simbiotico – che è lo stadio embrionale di un AUTENTICO rapporto a due – alla relazione con l’altra persona percepita come un “tu” in qualche modo contrapposto a un “io”.

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Abiti mentali e credenze

In ambito pedagogico si utilizza spesso il concetto di “abito mentale”. Di che si tratta?

L’abito mentale si definisce come “una propensione a vedere le cose in un certo modo”, mentre l’abito comportamentale è “la propensione a reagire in un certo modo ad una data categoria di situazioni”. La definizione mette in risalto il fatto che gli abiti (mentali o comportamentali) sono propensioni o disposizioni, non automatismi che ci forzano in maniera assoluta e obbligatoria verso un certo modo di sentire o di agire. Ma è anche vero che un abito tende con il tempo a consolidarsi, e può diventare difficile da modificare. Il concetto di abitudine è invece più ristretto, perché si riferisce ad uno specifico comportamento ripetitivo, che mettiamo in atto dopo avere sviluppato una consuetudine. Qui, il fattore chiave è la ripetizione.

Una cosa importante da capire – anche per le conseguenze pratiche che comporta – è che un abito è sempre determinato, “sorretto” da una credenza. Una credenza si definisce come “la convinzione che certe cose abbiano una determinata qualità”. Quando diciamo che una credenza determina un abito mentale o comportamentale intendiamo dire qualcosa di questo tipo: “Siccome Tizio è convinto che X abbia questa certa qualità o caratteristica, ne deriva la sua propensione a pensare (o a fare) in un certo modo”. Esempio: “Siccome Laura pensa che gli insetti siano pericolosi, per conseguenza è propensa a spiaccicare con una pantofole tutti quelli che vede”. La credenze sono stati intenzionali (io “intendo” x nel modo y), mentre gli abiti sono stati disposizionali.

Ebbene: l’educazione consiste nella acquisizione di una ampia gamma di abiti mentali, che presi nel loro insieme vengono chiamati “Habitus”. Ma consiste anche nella acquisizione di credenze (ricavate dal contesto sociale o dall’esperienza personale) e nella eventuale modifica delle credenze che si rivelino disfunzionali. La modifica di una credenza dà luogo quasi sempre alla modifica degli abiti mentali che ad essa si collegano.